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Moda green: progetto realizzabile o sogno nel cassetto?

La moda green sta pian piano prendendo piede sulle passerelle, ma saprà davvero combattere e sconfiggere la fast fashion?

Il 24 aprile del 2013 crolla il Rana Plaza di Savar, uno stabilimento tessile situato in Bangladesh. Perché è crollato? Perché ancora una volta la logica del profitto ha prevalso. La struttura usata impropriamente, non era in regola con le norme di sicurezza. I dipendenti erano sottopagati, lavoravano in condizioni penose ed erano costretti ad accettare il lavoro, senza lottare per i loro diritti, perché poverissimi. Ma può il denaro costare una vita umana? 1134 persone sono rimaste sotto le macerie, 2515 i feriti. È una delle conseguenze più drammatiche di quel fenomeno chiamato “fast fashion” – una moda veloce e di consumo – non solo pericoloso per l’umanità, ma anche per l’ambiente.

Al giorno d’oggi l’industria della moda è la seconda più inquinante al mondo. Come mai, nonostante tutte le manifestazioni che stanno avendo luogo, non ci sono sviluppi in questo campo? La rivoluzione “Greta Thunberg”, un fenomeno che sta sensibilizzando tutte le industrie del pianeta, quanto si sta dimostrando realmente efficace? Quante aziende saranno disposte ad attuare un nuovo, dispendioso, progetto ecologico? Quanti brand si preoccupano e si impegnano nel rendere i loro prodotti green? Possiamo contarli sulle dita di una mano. Molti brand non sopravvivrebbero ai costi di un piano ecologico, perciò scelgono di continuare la loro produzione, noncuranti del problema e consapevoli di non contribuire allo sviluppo.

Moda di consumo e inquinamento

Parliamo di “fast fashion”, un fenomeno mondiale creato unicamente a scopo di lucro, banali produzioni in serie che sfruttano le tendenze. Possiamo trovare dati tangibili di quanto la moda “comoda”, quella che non fa spendere molto, quella che ci propone gli ultimi trend, sia nociva per l’ambiente: la produzione di abbigliamento causa il 20% dello spreco globale di acqua, provoca il 10% di emissioni di anidride carbonica, solo l’1% dei capi viene riciclato o rigenerato e l’85% dei vestiti finisce in discarica. Dal 2000 è stato calcolato che il consumatore medio acquista il 60% in più.

Molti credono che comprare da grandi catene – come Zara o H&M – sia un investimento: in realtà viene solo incrementato il guadagno di chi sa come “truffare” il consumatore. Le disponibilità economiche di molti sono scarse, perciò alcuni aspirano alla “copia” dell’ultimo trend uscito in passerella, che questa moda veloce offre ad un prezzo minore.

Oggi la società ci impone determinati canoni che ci sentiamo quasi in obbligo a seguire, si pensa che un certo tipo di abbigliamento garantisca l’accesso ad una sorta di “club elitario” e – in molti dei casi – questa è la triste verità. Sono in pochi quelli che hanno idee proprie ed indipendenti, contrastanti con la società. Si ha paura di rischiare, perché rischiare comporta prendersi delle responsabilità e uscire dalla propria comfort zone. Nel caso di una moda più sostenibile, però, sarebbe davvero il caso di osare e mettersi in gioco, per differenziarsi dalla massa e – soprattutto – per aiutare il pianeta. 

Elisabetta Cillo (IED – Istituto Europeo di Design)

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