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Tendenze: il digital fashion dandy

Come si è evoluto lo stile del dandy 2.0 nell’epoca dei digital fashion media.

Lord Brummel, Oscar Wilde, Gabriele D’Annunzio: sono questi i nomi di alcuni dei grandi dandy della storia. Il dandismo, in effetti, è nato proprio nell’Inghilterra dell’Ottocento ed è sfumato, in Italia, nel gusto provocatorio del poeta vate. Ma che ne è della sua figura nell’era dei digital fashion media?

Difficile delinearne i contorni, evitando di inciampare in odiosi cliché che farebbero storcere il naso ad un fashion addicted quale è lui, il dandy. Sofisticato, ironico, esteta, ideatore e comunicatore di una visione culturale autentica. Performer o influencer? Per Roland Barthes, il dandy in verità è morto. Ed è morto proprio con la nascita delle fashion industries. “È proprio la moda ad aver ucciso il dandismo” sentenzia il semiologo francese nei suoi scritti.

Il prêt-à-porter, ça va sans dire, non ha fatto di meglio, gli ha inflitto il colpo di grazia. Ma non è venuto a mancare semplicemente un modello di riferimento, uno stilema, una logica. Si è anestetizzata l’estetica del dettaglio, del concepimento dell’abito, della proposizione del corpo.

New way, new dandy

Quello del dandy, in altri termini, non è che il ricordo di un mito, il tramonto della distinzione assoluta. Ma al di là dello scenario apocalittico, resta da capire se effettivamente il dandismo (e il dandy) sia del tutto svanito. Anche se i luxury brand conservano una maggiore esclusività rispetto ai capi della controparte fast, va da sé che la distinzione tout court rimane perduta. Eppure, una vaga forma di dandismo forse è rimasta, e a ben
vedere il merito va proprio all’alta moda. O meglio va a chi – per nostalgia o personalità – si è cimentato nell’interpretare e (ri)proporre una poetica del dandy: a Harry Styles quest’onere.

Per Charles Baudelaire “il dandy dovrebbe aspirare ad essere ininterrottamente sublime. Dovrebbe vivere e dormire davanti ad uno specchio“. E se anche per il cantante britannico tutto fosse cominciato proprio da un’immagine riflessa? Non è da escludere, e i suoi look parlano chiaro: ricercatezza ed eleganza, come scelta di raccontare un’immagine autentica, unica, fantastica. Si punta dunque su brand che, in parte, abbracciano questa filosofia. Ma il risultato è tutt’altro che piatto, ordinario o replicabile.

Ecco infatti che Harry reinterpreta un capo del womenswear primavera/estate 2020 di Marc Jacobs, indossandolo sul red carpet dei Brit Awards. Tre pezzi, un maxi fiocco lilla intorno al collo e anelli come manifesto del suo della sua dandy mise. Nella stessa occasione, il King of Pop ha sfoggiato le scarpe con occhielli, in una versione adulta appositamente realizzata per lui da Gucci. Androgino, genderless, provocatorio? Potrebbe essere una lettura, considerando che nella moda si riflettono tensioni sociali, politiche e di gruppo.

Da non escludere una mise en scene orientata sul dandy. In fondo alla moda farebbe bene sognare un’eleganza dimenticata, rispolverando tra gli archivi del dandismo, anche se in chiave pop. Dandy 2.0 o meno che sia, qualcosa è rimasto, diciamolo.

 

Bernardo Savastano (Università degli studi Roma Tor Vergata)

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